Sapete che potete contare sulla labilità del mio equilibrio mentale, grazie alla quale questo blog sarà sempre aggiornato, in maniera più o meno discutibile.
Se non l'aveste capito sono una tradizionalista. Applico la coerenza solo alle mie abitudini peggiori, con una ricorsività ciclica pari alle stagioni.
Ogni tanto mi piace assumere atteggiamenti che possano invalidare l'errata convinzione di essere maturata, cresciuta. Ogni tanto mi piace lasciarmi prendere dall' insicurezza e la cavalco come il mio fido destriero verso l' annnientamento personale.
Mi piace ripensare ai dettagli più umilianti della mia esistenza e se possibile ricreare le medesime situazioni proprio come se il tempo non fosse passato.
Che ci volete fare, so come mantenermi giovane.
Mi piace rinunciare completamente al vantaggio preso nel tempo sulle mie debolezze, animare le mie peggiori paure, prendere sottobraccio le mie paranoie, infilare tutte le dita in tutte le piaghe, e battere per giorni dove il dente duole.Non cerco chiodi per scacciare chiodi ma mi rannicchio nel mio malessere e cullo solole parti di me che proprio non vogliono imparare.
Che ci volete fare, so come divertirmi.
Ho appena terminato di leggere questo romanzo:
Il libro può incutere un po' di timore da principio, trattandosi di un volume massiccio di quasi novecento pagine.
Natsuo Kirino è una scrittrice poliedrica le cui opere iniziano ad essere tradotte in Italia da pochi anni nonostante sia attiva in Giappone dalla metà degli anni Novanta.
Può essere superficialmente definita una scrittrice di thriller (il suo primo romanzo "Le quattro casalinghe di Tokyo" è attualmente in elaborazione cinematografica ad opera del regista giapponese di "The ring"), ma i suoi romanzi non sono thriller più di quanto non lo sia "Delitto e castigo".
Natsuo Kirino mette in scena sì un' investigazione, ma non si tratta di scoprire l'autore di un crimine. Il crimine e il delitto sono sempre presenti nei suoi romanzi, ma spesso è sempre noto fin dall' inizio il colpevole. Quello che Kirino analizza è in genere la sensibilità umana al commettere un crimine, il momento di transizione che trasforma la persona "normale" in criminale, la tentazione del crimine e il suo pervadere progressivamente o altre volte del tutto improvvisamente la mente umana.
Natsuo Kirino stende una mappatura della permeabilità della natura umana al male.
I suoi romanzi non sono particolarmente cruenti, non insistono in descrizioni ripugnanti come è spesso tipico del genere, ma descrivono in maniera assolutamente reale e realistica la soggettività dei personaggi.
Veniamo dunque alla trama del romanzo:
"Grotesque" ha per oggetto il rapporto tra due sorelle, la narratrice e le bellissima Yuriko. Tale rapporto è rianalizzato alla luce della morte di quest' ultima, assassinata mentre si stava prostituendo. La stessa sorte colpisce Sato Kazue, una compagna di scuola delle due sorelle, brutta, anoressica e anch' essa prostituta.
Attraverso l' alternarsi delle voci delle tre donne e di quella dell' assassino di Yuroko e Kazue percorriamo l' anatomia di questo crimine.
Ma "Grotesque" è molto di più di questo. La storia delle tre donne è pretesto per Kirino di analizzare i lati più brutalmente gerarchici della società giapponese e muovere una critica sia verso il dogma dell' impegno a tutti i costi che verso la mercificazione del corpo femminile che hanno luogo, seppur contrastanti, in essa.
Kazue, brutta, anoressica e mostruosamente ambiziosa, e Yuriko, abulica, ninfomane e mostruosamente bella, sono le due facce della marginalità sociale che scelgono di estrinsecare vendendo il loro corpo.
Rappresentano però anche i due risvolti dell' ossessione per gli uomini, di cui nessuna delle due può fare a meno, pur odiandole entrambe.
L'odio per gli uomini è una tematica costante che vena sottilmente tutto il romanzo. La narratrice stessa è una donna di mezz'età vergine che mai si è interessata ad esso.
Il vuoto affettivo è un altro elemento presente: nessuno dei personaggi nomina o allude minimamente all' amore, ognuna di loro è una monade persa nelle sue ossessioni e chiusa in un guscio cupo di rancore verso la società
Per tutti questi elementi Kirino mi sembra un po' la versione giapponese di una sorta di Dostoevskij del ventunesimo secolo, e la fitta trama di risentimenti, disperazione e rivalse che si tesse tra le tre protagoniste del romanzo mi ricorda tantissimo " I fratelli Karamazov", mentre il memoriale di Zhang l' assassino è in qualche modo simile ad alcuni elementi di "Delitto e castigo".
Nell' insieme un romanzo che mi ha avvinto fino alla fine facendomi completamente dimenticare del numero di pagine che stavo macinando.
Doveva essere un post su "V." il romanzo di Pynchon che ho letto nell' ultimo mese. Sennonchè mi sono arenata sul ciglio dell' ultimo capitolo.
"V." è un libro sorprendente e persino coinvolgente, innovativo, particolare, certo. Presenta mille trame e si sviluppa in mille direzioni, è l' intersezione di mille storie. Il problema è però che più che un libro, a volte sembra una stazione. Un luogo di passaggio per storie che non troveranno lì nessun completamento. E badate, ogni capitolo è davvero ben scritto e con una sua unità di trama e coerenza di personaggi. Ma ogni capitolo muore in sè stesso, o quasi. Non c'è un vero filo conduttore, sta al lettore rigirarsi il libro in mano (a volte con l' aiuto di Wikipedia, se è ignorante come me in Storia contemporanea) e cercare i rimandi tra i vari intrecci.
Il lettore di "V." non può essere passivo, deve rielaborare quello che legge e metterne i pezzi in relazione tra loro.
E' senz' altro un approccio innovativo al romanzo, paragonabile a quello del Calvino di "Se una notte di inverno un viaggiatore" e del Perec di "La vita : istruzioni per l'uso" (ma li ho letti entrambi e li ho trovati meno faticosi).
Il fatto è che sto invecchiando. E voglio un romanzo che mi racconti una storia. Voglio sedermi e sentirmela raccontare. Voglio personaggi da imparare a conoscere, a cui potermi affezionare come se fossero vivi, con una loro coerenza e tridimensionalità, non semplici avatar abbozzati funzionalmente alle esigenze di uno scrittore e alla sua poetica.
Mi spiego: non penso che uno scrittore non debba avere una poetica. Ce la deve avere eccome. Ma non deve fartela vedere, ecco. Il lettore dovrebbe vederne solo il prodotto.
Sto diventando maledettamente tradizionalista, ecco. Tra un po' dirò che il mio romanzo preferito è "I primessi sposi".
Il fatto è che a volte penso di essere nient' altro che una ruminante di libri. Voglio solo nutrirmi di storie e non mi importa molto dell' ego dello scrittore che c'è dietro, o di capire qual' è la sua filosofia artistica. Voglio solo farmi prendere da quello che leggo, e trovo che sia sempre più raro trovare libri che hanno questo unico scopo (escludendo la letteratura usa e getta, ovvio).
Comunque.
Non perdo la fiducia, e ho accantonato "V." per il momento.
Sto leggendo "Grotesque", della giallista giapponese Natsuo Kirino, autrice di "Le quattro casalinghe di Tokyio". Per il momento lo trovo coinvolgente. Staremo a vedere.