Martedì sera sono andata a vedere "Cous cous". Era tanto che volevo vedere "Cous cous". Ero molto carica di andare a vedere "Cous cous".
In realtà avevo sentito parlare soprattutto della famigerata scena finale della danza del ventre, ed essendo io appassionata di danza del ventre pensavo che questa avesse più peso nel film.
In realtà il film si è rivelato un po' diverso da come me lo aspettavo. Di fatto piuttosto che una pittoresca commedia "etnica" come spesso viene definita, cosa che ti farebbe pensare a qualcosa tipo "Monsoon wedding", per esempio, è una sorta di documentario.
Gli aspetti documentaristici del film implicano, ad esempio, che l' azione, invece che svolgersi sotto gli occhi dello spettatore, venga raccontata dai personaggi stessi, intenti a fumare sul terrazzo, pelare patate, o pescare.
Di fatto la vita è così: l' azione occupa una minima percentuale di tempo, e maggiore è quello che si trascorre raccontandola.
La trama è incentrata su Slimane, operaio di cantieri marittimi licenziato perché troppo vecchio e quindi improduttivo, che decide di riciclarsi nel mondo della ristorazione aprendo un ristorante su una barca. Un ristorante di cous cous di pesce.
Alle spalle di Slimane la sua doppia famiglia, i figli, i generi i nipoti, la nuova compagna, la figliastra, le relazioni tra i membri della famiglia.
Dalla seconda metà in poi però, il film diventa una sorta di thriller, angosciante come una pellicola di Hitchcock.
Riuscito finalmente a portare a termine i lavori sulla barca, Slimane, con la sua famiglia, organizza una serata cui invita tutti gli esaminatori del suo progetto, al fine di ottenere le autorizzazioni.
E da qui in poi il film si trasforma in una tragedia. Nel senso classico del termine. Quello che il regista vuole mettere in luce, a mio parere, è il fatto che nelle vite di ognuno di noi ci sono tutta una rete di rapporti e circostanze potenzialmente fatali, che possono potenzialmente e fatalmente comporsi in tragedia.
Il figlio puttaniere di Slimane si dilegua con la macchina da cui il figlio stupido non ha scaricato il barile di cous cous. Pertanto manca il cous cous in un ristorante di cous cous.
Mentre Rim, la figlioccia, danza fino allo sfinimento per distrarre gli astanti, Slimane corre a casa in motorino per chiedere alla moglie di prepararne altro. Sennonché la moglie è uscita per portare un piatto di cous cous al barbone di fiducia, dato che la figlia non ha voluto farlo.
Mentre Slimane è al piano di sopra, tre teppistelli adolescenti gli rubano il motorino e lui inizia a rincorrerli con una rassegnazione testarda ai limiti del masochismo, e si accascia per terra.
Fine.
Allora. Nono posso dire che il film non mi sia piaciuto. In particolar modo mi è piaciuto riscontrare tutti gli aspetti tipici di una tragedia greca in un documentario sugli immigrati magrebini in Francia.
La narrazione tramite il coro (di volta in volta interpretato dai famigliari, dai pensionanti, dalle donne), l' ineluttabilità del fato che si oppone agli sforzi di Slimane e di tutta la sua famiglia, e in particolar modo la capacità della regista di cogliere come tanti piccoli insignificanti aspetti della vita di ognuno di noi possano tessere nel tempo i presupposti di un totale tragico fallimento.
L' ho trovato angosciante, commovente.
Quello che mi chiedo però è questo: perché, almeno per quanto mi riguarda, le opere (film, o libri che siano) di impostazione tragica, che trasmettono un messaggio di fallimento, di ineluttabilità del fato eccetera, mi sembrano più profonde/meritevoli di quelle che al contrario trasmettono messaggi di positività/fiducia?!
La cultura in cui sono cresciuta vede ancora attivo il nesso tragico = profondo, lietofine = superficiale?!
Il messaggio che un' opera trasmette pregiudica la valutazione estetica dell' opera stessa?!
Perché mi viene istintivo ammirare/ essere colpita dai libri/ film più deprimenti/sfuducianti che circolano?!
Succede solo a me o è conseguenza di qualche messaggio subliminale della cultura occidentale?!
Lo so, farei meglio a tornare di là a lavorare.
Dal prossimo post torno a parlarvi delle mie vicissitudini sessuali/ parasentimentali/ dei pazzi della biblio.
Lo so che vi piace.