Il tanto atteso (ma da chi?!) post su "Le Correzioni"

scritto da neronda il mercoledì, 26 novembre 2008,19:54

                                                           


Nel mio telefilm sulle lesbiche preferito, "L Word", c'è questo personaggio, Jenny, piuttosto insopportabile ma interpretato dalla gnocchissima Mia Kirshner, altresì nota per aver interpretato la Dalia Nera nell' omonimo film: 







Va bene, lo ammetto, era una scusa gratuita per postare la foto di una gnocca in un post altrimenti serio,  e forse la serietà nel blog mi spaventa un po'.


Orbene dicevo, questa gnocca Jenny Schecter (vi assicuro, ho uno scopo) vuole diventare una scrittrice e ad un certo punto viene rimproverata dalla sua insegnante di scrittura creativa per l' eccessivo attingere ad elementi autobiografici.

Le dice che non è creativa, che "non l' ha trasformato in narrativa".


Penso che questo sia il punto. Troppo spesso il concetto di narrativa nel recente panorama letterario è stato confuso con qualcosa che sta tra la diaristica e la "pornografia dei sentimenti".

Il trend dei reality si è abbattuto anche sulla produzione letteraria, favorendo il proliferare di opere autobiografiche in cui prevale la ricercatezza del dettaglio e dell' analisi introspettiva più "chirurgica".


Jonathan Franzen è un narratore.

Con questo non escludo che nelle sue "Correzioni" possa esserci qualceh elemento autobiografico, ma non è assolutamente possibile evidenziarli all' interno di un intreccio che ha una sua unità strutturale ben definita.


"Le correzioni" è un romanzo familiare. Racconta delle vicende occorse ad una familia americana in un periodo di tempo breve, di qualche mese, prendendo però spunto per digressioni nell' intera storia della suddetta famiglia.

I Lambert sono personaggi a tutto tondo.Ognuno di loro è un individuo che Franzen crea e cura in ogni suo minimo dettaglio, prima di liberarlo nella trama della storia.


Il mondo dei Franzen è un mondo reale, curato e dettagliato, nulla accade per caso, e allo stesso tempo tutto è "creato".

Franzen è uno scrittore creatore che pur generando i personaggi da sè ( e in qualche misura certamente anche mettendovi parte di sè), li rende "altro" da sè, in qualche modo "entità autonome " e realmente animate.


E' questa la caratteristica principale che secondo me accomuna i grandi classici di tutti i tempi: la capacità dell' autore di "plasmare" vite inventate come se fossero reali.

Con questo non intendo il dilungarsi in dettagli pedanti, o l'escludere svolte impreviste dalla storia ( ce ne sono eccome).


Franzen dedica a ciascuno dei membri della famiglia Lambert un lungo capitolo, e ci fa vedere il mondo attraverso i loro occhi.

Però, attenzione, non in prima persona. Mantenendo il narratore onnisciente, Franzen ci cala sì nella  vita di Chip, Gary, Enid, Denise e Alfred, però rimanendo come uno spettatore sulla porta, senza cadere nella tentazione di una partecipazione eccessiva.


Sorta di documentarista dell' animo umano, Franzen ci trascina e ci tiene legati fino alla fine del libro, senza ricorrere ad espedienti quali ad esempio sesso gratuito e particolareggiato, effetti melodrammatici, colpi di scena drammatici.

In buona sostanza è un libro che vale la pena di leggere, e alla fine lascia un senso di soddisfazione come un buon pranzo.

La cultura, il B-day e le scarpe antiinfortunistiche (si, ho finito le Correzioni e il prossimo post sarà su quello).

scritto da neronda il giovedì, 20 novembre 2008,19:12

In barba a chi iniziava a pensare, come il mio ultimo commentatore, che la ripresa del mio blog fosse solo il suo canto del cigno, eccomi qua. Incazzata.


Oggi vi parlerò della "cultura":


"La nozione di cultura appartiene alla storia occidentale. Di origine latina, proviene dal verbo "coltivare". L'utilizzo di tale termine è stato, poi, esteso, a quei comportamenti che imponevano una "cura verso gli dei": così il termine "culto".


Il concetto moderno di cultura può essere inteso come quel bagaglio di conoscenze ritenute fondamentali e che vengono trasmesse di generazione in generazione."


Questa la definizione che Wikipedia dà della "cultura".


Altrove apprendiamo che:


"La cultura (parola che deriva da còlere, coltivare) è il complesso di tutte quelle scoperte e conquiste che gli individui di un determinato gruppo sono venuti facendo nel corso dei secoli, coltivando, per stare all’etimologia, il campo dell’organizzazione economica, dei rapporti sociali e delle indagini spirituali; tali conquiste, vagliate dal gruppo e dal tempo, diventano patrimonio tradizionale."


Interessante.


Molto lodevole è inoltre la promozione della cultura: tutta quella serie di accorgimenti e infrastrutture volte a tutelare e agevolare il tramandarsi della cultura stessa, sentita come una sorta di gomitolo che dipanandoci ci unisce tutti.


Commovente, vero?!


Quello che mi sfugge è il nesso tra la cultura e una promozione della stessa attraverso l' organizzazione di eventi culturali dove il personale per metà non è assunto ed è sfruttato anche nei festivi oltre che nei feriali come di routine, e la metà che gode del privilegio di un contratto "regolare" viene pagata LA META' per la disponibilità di lavorare in giorni festivi.


C'è un passaggio che mi sfugge.


O forse ci siamo persi per strada quel passaggio nella nostra cultura in cui sono diventati validi e imprescindibili i diritti dei lavoratori.


Ce ne siamo dimenticati, noi per primi, e ci pieghiamo ogni giorno nelle posizioni più desuete, per la manutenzione di uno status quo che attualmente sembra un dito a tappare una diga straripante.


La promozione di eventi culturali che avvenga basandosi sul malcontento e lo sfruttamento degli operatori che in primis dovrebbero supportarla" è, per me, un fallimento per definizione.


A prescindere dall' affluenza di persone più o meno motivate dalla presenza di bagni, riscaldamento e postazioni Internet gratuite.




Fine della polemica.


Per concludere, vorrei parlarvi delle mie scarpe antinfortunistiche.


Sono azzurre, con i lacci grigi. Sono piuttosto bruttine, ma molto comode.


Sono interamente pagate dalla ditta che mi offrirà il mio prossimo part- time. E' la prima volta in cinque anni che lavoro, che qualcuno si preoccupa di seguire norme di sicurezza e mi offre di tasca sua i soldi per farlo.


Per cui le mie scarpe azzurre tutto sommato mi sembrano molto carine.


Fine del siparietto sul malessere dei lavoratori. So di essere più fortunata di molti. Ma sto iniziando a pensare che non c'è limite al peggio, se si continua a pensare a chi è più sfortunato per giustificare chi si approfitta di noi.


Il prossimo post sarà sulle "Correzioni". Promesso.

Ora ve faccio ride' o Cosa farò da grande.

scritto da neronda il mercoledì, 05 novembre 2008,19:24

Ovvero Post mezzo stupido e mezzo serio per bilanciare la tristezza dell' ultimo.


La parte che dovrebbe far ridere (e il fatto che io la trovi divertente è l'ennesimo elemento che dovrebbe farvi dubitare della mia sanità mentale) è:


E' appena venuto un tizio a prendere a prestito un libro. Di cognome faceva Cavallo. Di nome Donato.Davvero. E a me è pure venuto da ridere. Ho letto troppe "freddure di Topolino" quando ero piccina.


La parte seria è che dopo notti insonni a piangere sulla foto del mio libretto universitario ho finalmente deciso cosa farò da grande.


Da grande farò....rullo di tamburi.... quello che mi piace.


Pare una cosa scontata ma non lo è affatto.


Mi sono resa conto pensandoci su che negli ultimi anni la mia carriera accademica è stata fortemente influenzata da logiche di mercato o tentativi di pronostici o pseudo calcoli in prospettiva.


Questo mi ha davvero portato a trascurare quella che è sempre stata la mia passione verace ec economicamente non spendibile ergo completamente inutile secondo logiche carrieristiche: LA LETTERATURA.


Io sono, e già lo sapete, una bulimica assoluta di libri e di letteratura.


Ecco, lo so e lo ammetto pubblicamente: è molto probabile che seguendo esclusivamente la mia inclinazione per la letteratura (tra l'altro inclinazione al consumo esclusivo di essa- no, io non scrivo nulla apparte questo blog) NON SAR0' MOLTO COMPETITIVA  IN AMBITO LAVORATIVO.


Va bene, lo ammetto.


Adesso posso tirare un sospiro di sollievo e scaricare il programma dell'esame di Letteratura Italiana contemporanea, crediti 12, anno accademico 2008/2009.


E non mi importa se non farò mai parte dell' intellighenzia figa che gira in tailleurino e pubblica best sellers, se resterò a svuotare scatoloni di "L'ombra del vento" all' Esselunga.


A me piacciono così tanto i libri.


E mentre spingo il carrellone carico in biblioteca, con l'aria meno ambiziosa a questo mondo penso a tutti gli autori che ho scoperto lavorando qui, a tutti i personaggi a cui mi sono affezionata, pe rcui mi sono incazzata eccetera.


E non mi sento più così sprecata.


Sono una mera consumatrice di letteratura, lo ammetto. Non tanto diversa dalla portinaia di "L'eleganza del riccio" anche se, spero, un po' più fascinosa (libro bellissimo nonostante sia un best seller, se per assurdo non l'avete ancora letto merita davvero).


Però pure quelli come me servono a qualcosa. Se tutti scrivessero e basta, e nessuno leggesse?! Se ognuno portasse l'acqua solo al suo mulino e si consacrasse solo all'edificazione della cattedrale letteraria del suo ego?!


Ecco.


Il prossimo post lo faccio su "Le correzioni" di Jonathan Franzen. Forse. Ora torno a leggere.

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Dovrei dormire.

scritto da neronda il lunedì, 03 novembre 2008,22:58
Dovrei dormire e invece sto qua.
A confermare per l' ennesima volta, se non l'aveste capito, che sono una che usa il blog solo per sfogarsi nei momenti in cui per l' appunto si sente straripare.
Non riesco a dormire.

A non farmi dormire è la foto sul mio libretto universitario. E mica perché sono venuta male. Cioè, non solo.

Guardo quella foto e non riesco a dormire.

Non sopporto le cose inutili. Le aspettative deluse, accartocciate su se stesse, che mi fanno sentire una fallita.

Quando mi sono iscritta alla seconda laurea in Lingue e Mercati dell' Asia Orientale ero fiera di me.
Ero così fiera di aver superato l'esame di ammissione.
Così fiera di essere arrivata ottava su cento e passa.
Così fiera che finalmente andavo a studiare cinese, che era la cosa che avevo sempre sognato.
Nella foto sul libretto mi brillano gli occhi, ero così orgogliosa di partire per una seconda laurea, mi sentivo così fica.
Mi sentivo fica a studiare e lavorare e fare la pendolare.

Volevo fare una sorpresa ai miei genitori, e dirgli tutto appena avessi superato il primo esame.
Mi sentivo fiera ad andare all'università di nascosto all'alba, frequentare tutto e studiare la notte, non vedevo l'ora di dire loro il primo meraviglioso voto di cinese, a Natale.
Volevo dire a mio padre che si sbagliava, che io il cinese l'avrei imparato davvero.

Invece lui è morto e non ha mai saputo che mi sono iscritta all' università di nuovo. E comunque all'esame di cinese sono stata bocciata.

Dopo un po' di tempo sono tornata all'univesità. Ho dato qualche esame, i più belli e appassionanti.
Un paio di quegli esami sono stati inghiottiti nei meandri informatici dell' Unibo, e sono scomparsi.

E' stato tutto inutile e non riesco più a continuare. Devo semplicemente ammettere che non ci sono riuscita.
Che la persona che sorride, nella foto sul libretto è piena di aspettative che non si sono avverate e non si avvereranno.

Che ora non so più nulla di quello che voglio fare, che non voglio più quello che credevo di volere e che non ho più tutta quella fiducia in me stessa.
Che gli ostacoli mi sembrano al di sopra delle mie capacità e mi sento ogni giorno più ottusa e impotente, e sperduta.
Guardo quel libretto e mi sento profondamente in colpa per la persona che non sono diventata.
Ho paura a progettare qualcosa di nuovo e deludermi di nuovo.

Mi sentirò meglio se restituisco quel libretto?!