"Luna di Luxor" o continuano le recensioni estive .

scritto da neronda il domenica, 16 agosto 2009,17:54
....e ne approfitto per risegnalarvi il mio blog sui libri, dove da un po' non scrivevo. In realtà però ora penso di mettere in secondo piano varie ed eventuali e di dedicarmi ai libri. Troverete raccolti tutti i miei post di recensioni su  http://topadibiblioteca.splinder.com risparmiandovi eventuali post di piagnistei e gossip femminili.

Ovviamente ci posterò anche questo che ora vado a incominciare.
Il post di oggi tratterà del romanzo "Luna di Luxor" di Stefania Bertòla.

Premessa: sto leggendo da due settimane con fortune alterne "il nostro comune amico" di C. Dickens. A tratti però il caldo si fa insopportabile e la morìa del neurone inevitabile sicchè occorre dedicarsi a qualcosa di meno sostanzioso.
Non per questo il romanzo della Bertòla va annoverato tra letture estive usa e getta, anzi.
Pur cimentandosi nel vituperato genere della chick lit (ante litteram direi, trattandosi di un romanzo del 1989), l'autrice si lancia in quello che sarebbe più appropriato definire un esercizio di stile ispirato ai luoghi comuni del rosa. Un divertissement che tappa per tappa svolge i capisaldi del rosa meglio di un saggio a tema, mantenendo allo stesso tempo una leggerezza stilistica allo stesso tempo piccante di ironia e rimandi colti, e un umorismo non poi così distante dalle pagine dickensiane a cui mi ero sottratta in preda al torpore.

La trama ricalca gli intrecci delle soap fine anni Ottanta, con personaggi di un kitsch ingenuo quali possiamo solo rimpiangerli: l' ingenua naturalmente bionda vittima delle circostanze, la principessina innamorata della torbida rockstar, la perfida arrampicatrice bruna e tettona, e via dicendo come mescolando il mazzo di carte delle figure archetipiche del rosa, ma senza prendersi affato sul serio.

I nomi, poi, roboantemente assurdi, dovrebbero essere indizi degli intenti comici dell' autrice (spesso e volentieri collaboratrice di Luciana Littizzetto nonchè traduttrice italiana di Updike e McEwan): Miranda Mc Teague, Lea Oleandri, Aimone Beneaccorsi,Diomira Gorni, Malvina Mornay.
Una Liala alticcia non avrebbe saputo escogitarne di migliori.
Un' opera prima che si rivela insomma un affettuoso omaggio a quella piccola parte di ogni donna che desidera viziosamente leggere del rosa e spesso lo reprime, uno spassoso romanzo che vuol bandire in ogni lettrice i sensi di colpa e celebrare la frivolezza come fonte di pura libidine letteraria.

Sì, direi che mi è piaciuto, tutto sommato.
I libro non è più stato ristampato, è un po' difficile da reperire, potete però acquistarlo on line su webster.it.
Ovviamente ora mi metterò a caccia di tutta la bibliografia di Stefania Bertola, e vi farò sapere.
Qui sotto una buona imitazione della copertina di Milo Manara (irreperibile l'origianle on-line, mi ha permesso di imparare i primi rudimenti di Inkscape).

categoria: letture, libri salvifici
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Una ruminante di libri.

scritto da neronda il mercoledì, 17 dicembre 2008,19:57

Doveva essere un post su "V." il romanzo  di Pynchon che ho letto nell' ultimo mese. Sennonchè mi sono arenata sul ciglio dell' ultimo capitolo.

"V." è un libro sorprendente e persino coinvolgente, innovativo, particolare, certo. Presenta mille trame e  si sviluppa in mille direzioni, è l' intersezione di mille storie. Il problema è però che più che un libro, a volte sembra una stazione. Un luogo di passaggio per storie che non troveranno lì nessun completamento. E badate, ogni capitolo è davvero ben scritto e con una sua unità di trama e coerenza di personaggi. Ma ogni capitolo muore in sè stesso, o quasi. Non c'è un vero filo conduttore, sta al lettore rigirarsi il libro in mano (a volte con l' aiuto di Wikipedia, se è ignorante come me in Storia contemporanea) e cercare i rimandi tra i vari intrecci.

Il lettore di "V." non può essere passivo, deve rielaborare quello che legge e metterne i pezzi in relazione tra loro.

E' senz' altro un approccio innovativo al romanzo, paragonabile a quello del Calvino di "Se una notte di inverno un viaggiatore" e del Perec di "La vita : istruzioni per l'uso" (ma li ho letti entrambi e li ho trovati meno faticosi).

Il fatto è che sto invecchiando. E voglio un romanzo che mi racconti una storia. Voglio sedermi e sentirmela raccontare. Voglio personaggi da imparare a conoscere, a cui potermi affezionare come se fossero vivi, con una loro coerenza e tridimensionalità, non semplici avatar abbozzati funzionalmente alle esigenze di uno scrittore e alla sua poetica.

Mi spiego: non penso che uno scrittore non debba avere una poetica. Ce la deve avere eccome. Ma non deve fartela vedere, ecco. Il lettore dovrebbe vederne solo il prodotto.

Sto diventando maledettamente tradizionalista, ecco. Tra un po' dirò che il mio romanzo preferito è "I primessi sposi".

Il fatto è che a volte penso di essere nient' altro che una ruminante di libri. Voglio solo nutrirmi di storie  e non mi importa molto dell' ego dello scrittore che c'è dietro, o di capire qual' è la sua filosofia artistica. Voglio solo farmi prendere da quello che leggo, e trovo che sia sempre più raro trovare libri che hanno questo unico scopo (escludendo la letteratura usa e getta, ovvio).

Comunque.

Non perdo la fiducia, e ho accantonato "V." per il momento.

Sto leggendo "Grotesque", della giallista giapponese Natsuo Kirino, autrice di "Le quattro casalinghe di Tokyio". Per il momento lo trovo coinvolgente. Staremo a vedere.

 

                                         

Il tanto atteso (ma da chi?!) post su "Le Correzioni"

scritto da neronda il mercoledì, 26 novembre 2008,19:54

                                                           


Nel mio telefilm sulle lesbiche preferito, "L Word", c'è questo personaggio, Jenny, piuttosto insopportabile ma interpretato dalla gnocchissima Mia Kirshner, altresì nota per aver interpretato la Dalia Nera nell' omonimo film: 







Va bene, lo ammetto, era una scusa gratuita per postare la foto di una gnocca in un post altrimenti serio,  e forse la serietà nel blog mi spaventa un po'.


Orbene dicevo, questa gnocca Jenny Schecter (vi assicuro, ho uno scopo) vuole diventare una scrittrice e ad un certo punto viene rimproverata dalla sua insegnante di scrittura creativa per l' eccessivo attingere ad elementi autobiografici.

Le dice che non è creativa, che "non l' ha trasformato in narrativa".


Penso che questo sia il punto. Troppo spesso il concetto di narrativa nel recente panorama letterario è stato confuso con qualcosa che sta tra la diaristica e la "pornografia dei sentimenti".

Il trend dei reality si è abbattuto anche sulla produzione letteraria, favorendo il proliferare di opere autobiografiche in cui prevale la ricercatezza del dettaglio e dell' analisi introspettiva più "chirurgica".


Jonathan Franzen è un narratore.

Con questo non escludo che nelle sue "Correzioni" possa esserci qualceh elemento autobiografico, ma non è assolutamente possibile evidenziarli all' interno di un intreccio che ha una sua unità strutturale ben definita.


"Le correzioni" è un romanzo familiare. Racconta delle vicende occorse ad una familia americana in un periodo di tempo breve, di qualche mese, prendendo però spunto per digressioni nell' intera storia della suddetta famiglia.

I Lambert sono personaggi a tutto tondo.Ognuno di loro è un individuo che Franzen crea e cura in ogni suo minimo dettaglio, prima di liberarlo nella trama della storia.


Il mondo dei Franzen è un mondo reale, curato e dettagliato, nulla accade per caso, e allo stesso tempo tutto è "creato".

Franzen è uno scrittore creatore che pur generando i personaggi da sè ( e in qualche misura certamente anche mettendovi parte di sè), li rende "altro" da sè, in qualche modo "entità autonome " e realmente animate.


E' questa la caratteristica principale che secondo me accomuna i grandi classici di tutti i tempi: la capacità dell' autore di "plasmare" vite inventate come se fossero reali.

Con questo non intendo il dilungarsi in dettagli pedanti, o l'escludere svolte impreviste dalla storia ( ce ne sono eccome).


Franzen dedica a ciascuno dei membri della famiglia Lambert un lungo capitolo, e ci fa vedere il mondo attraverso i loro occhi.

Però, attenzione, non in prima persona. Mantenendo il narratore onnisciente, Franzen ci cala sì nella  vita di Chip, Gary, Enid, Denise e Alfred, però rimanendo come uno spettatore sulla porta, senza cadere nella tentazione di una partecipazione eccessiva.


Sorta di documentarista dell' animo umano, Franzen ci trascina e ci tiene legati fino alla fine del libro, senza ricorrere ad espedienti quali ad esempio sesso gratuito e particolareggiato, effetti melodrammatici, colpi di scena drammatici.

In buona sostanza è un libro che vale la pena di leggere, e alla fine lascia un senso di soddisfazione come un buon pranzo.

Un autore divertente che non scriverà mai più o E' difficile scrivere qualcos' altro dopo un romanzo enorme?!

scritto da neronda il martedì, 16 settembre 2008,10:58
Sarà che non leggo mai i giornali. O che i giornali italiani in effetti gli hanno dedicato poco spazio. Non quanto ne stanno dedicando a Richard Wright in ogni caso (polemica).
Insomma ieri sera su Internet l' ho letto per caso.
Il 12 settembre è stato trovato impiccato nella sua abitazione DAVID FOSTER WALLACE, lo scrittore statunitense diventato famoso nel 1996 con il suo romanzo monumentale "INFINITE JEST".

Beh.
E' il secondo scrittore che mi piace che muore in tutta la mia vita finora.
Quell' altro era Allen Ginsberg. Però aveva mille anni e si era più o meno goduto la vita, penso.

Wallace in realtà aveva scritto solo due romanzi, e il resto della sua produzione era costituito per lo più da saggi brevi e novelle.

QUI la pagina italiana di D.F. Wallace e QUI quella inglese.
Le opere di D.F.W che ho letto sono state,nell' ordine (e mi ero pure scordata che fossero sue):
"La ragazza coi capelli strani", raccolta di racconti che ho scoperto a circa 16 anni e di cui ricordo solo che mi piacque meno del suo titolo.

"Brevi interviste con uomini schifosi" assolutamente geniale, specie la storia del tipo col moncherino.

E soprattutto "La scopa del sistema", che mi è piaciuto tantissimo.
E' un romanzo di suspence basato in realtà sulla tesi di filosofia dell' autore, ma detto così fa cagare.
In realtà non ha nulla a che vedere con "Il mondo di Sofia", nulla di didascalico.
Poi c'è una gnocca che si chiama Mindy Metalmen.Mi ricordo che lo presi perchè pensavo che fosse lei la protagonista. Ma non sono rimasta delusa.
E' un romanzo che ti tiene con il fiato sospeso, con una struttura complessa ma coninvolgente. Le parti di filosofia sono ben amalgamate nel testo, però effettivamente un po' complicate ma non intralciano la fruizione della trama.

QUI una buona recensione e alcuni stralci del testo


Inutile che sto a fare copia incolla da Wikipedia.
Però i suicidi fanno sempre un po' specie.
E poi non so, mi viene da domandarmi perchè non ha mai più scritto un altro romanzo, e se era triste perchè sapeva che non sarebbe più riuscito a scrivere una cosa enorme e osannata dalla critica come INFINITE JEST.
Che peraltro aveva pubblicato a soli 34 anni.

Che poi.
Io INFINITE JEST non l' ho neanche letto. Però ci ho provato, ecco. L' ha ripubblicato l' Einaudi Big con la copertina morbida e la costa gialla, e a me i libroni grossi piacciono tanto.
Però è un po' come l' "ULISSE" di Joyce. E' oggettivamente pesante e troppo complicato e adesso non riproverò a leggerlo solo perché è morto l' autore, ecco.
Ecco io conosco tante persone che dicono di averlo iniziato e non ce l' hanno fatta ad andare avanti.
Conosco gente che ha letto tutta la "Recherche" però nessuno che ha letto LULISSE o INFINITGEST.

Se qualcuno di voi l' ha fatto batta un colpo.


                         


Oggi niente tette solo una foto di un minore sconosciuto e inquietato dalla monumentale opera del Wallace.

" L'arte di viaggiare" o Non dovrei fare post stub perché poi restano sempre così....

scritto da neronda il martedì, 11 settembre 2007,20:53

Location : Barcellona, Barrio Gotico. Agosto, caldo. Musica: Einsturzende Neubauten, "Die Befindlichkeit des landes", l'unica loro canzone che finora mi piaccia. Lettura: Alain De Botton "L'arte di viaggiare".

Immaginatevi una stanzetta piccola piccola, quella della foto. Io sono seduta sul letto in pigiama per nulla sexy con l'elastico rotto, a gasmbe incrociate. Sono a Barcellona dal pomeriggio, ho camminato per le Ramblas e cenato in un pessimo ristorante cinese vicino a Plaça Jaume II (o era I?!). Però non ho sonno, la finestra aperta dà sul cavedio e si sente odore di carne alla griglia e musica reggae.

Per forza di cose mi metto a leggere De Botton. Perchè il modo imperturbabile e lievemente ironico seppur distaccato che ha di trattare qualunque argomento mi fa sempre sentire al sicuro. E a casa. E mi porta fuori da me e dalle mie insicurezze.

Chi ha già letto De Botton conosce il suo stile particolare, il suo modo di mescolare romanzo e saggio e autobiografia in un testo che riesce sempre a trasmettere qualcosa su cui riflettere, o a riportare alla luce perle di semplice buonseso da tempo in disuso.

Tutti i suoi romanzi ("Esercizi d' amore", "Cos'è una ragazza" "Il piacere di soffrire" ) analizzano in modo leggero e allo stesso tempo preciso le dinamiche della mente e dell' emotività umana senza però risultare magniloquenti o pesanti.

" L'arte di viaggiare" allo stesso modo offre un' analisi delle dinamiche mentali che si svolgono nel cervello di una persona che si accinge ad un viaggio, seguendolo dalle aspettative iniziali al ritorno a casa e monitorando su sè stesso, sulla sua esperiena personale quali possono essere le motivazioni che spingono al viaggio, le delusioni, gli scopi,le emozioni.

Come sua abitudine De Botton ci affianca, nell' iter, alcune figure di artisti, esaminati per l' appunto nella loro attitudine al viaggio. Avreomo così al nostro fianco Gustave Flaubert e la sua passione per i paesi arabi, Wordsworth e la sua iclinazione all' idillio campestre e altri scrittori e pittori la cui produzione può essere messa in relazione all' esperienza di un particolare momento del viaggio.

Mi sono persa completamente nelle pagine del libro e ho seguito alcuni consigli proposti, come il cercare di disegnare le cose che vedi per dedicare loro un' attenzione più che superficiale e scoprire dettagli che nell' entusiasmo ti sfuggono. Infatti ho fatto un bruttissimo ritratto di un suonantore di violoncello in costume settecentesco a Park Guell e di una giapponese con un bel vestito intenta a fotografare un' amica. Il mondo dell' arte non ha perso nulla se io faccio la sguattera bibliotecaria....

Insomma per quanto mi riguarda questo testo è davvero un valido compagno di viaggio, soprattutto per viaggiatori inesperti come me....

Questo post è in modalità stub perchè mi stanno cacciando dal computer ma domani finisco e magari metto qualche citazione.

" La svastica sul sole" o "L'uomo nell' alto castello".

scritto da neronda il lunedì, 02 luglio 2007,11:20
Lo so. Stamattina dovevo studiare e innaffiare le piante e pulire il bagno, per non parlare di quel libro che ho lasciato a metà sul comodino e di cui ho promesso di parlare qui e non lo sto facendo.
Il fatto è che ieri ho iniziato questo romanzo, "La svastica sul sole", di Philip K. Dick, e non sono riuscita a metterlo giù finché non l'ho finito.
In realtà Dick è un autore che sto scoprendo ora. Ho sempre avuto grossi pregiudizi nei confronti della cosiddetta "letteratura di genere", e soprattutto dei libri di "fanatascienza" con copertine pacchiane e dorate, come quasi tutti i libri di Dick di fatto sono.
Il fatto è che ho poi scoperto di essere davvero molto superficiale, in merito. Ho sentito reiteratamente parlare di Dick da più persone e io credo nelle coincidenze e nella sincronicità perciò....
Dunque ho letto "La svastica sul sole". Che è un libro inquietantissimo, e intrigante, che apre un sacco di interrogativi superesistenzali decisamente troppo pesanti per un giorno d'estate e d' ignavia come oggi è.
Poi lo sapete, a me piace immaginare "come sarebbe andata se...." e le realtà parallele, e una parte di me è convinta che tutte queste realtà possano coesistere parallelamente per l' appunto....

"La svastica sul sole" mette per l'appunto in scena questo tipo di tecnica, la cronotipia (credo si chiami così).
Descrive una realtà parallela in cui i nazisti hanno vinto la Seconda Guerra mondiale, e insieme ai Giapponesi si sono divisi il mondo.
L'Onu non esiste, l' America è una specie di colonia, genicidio e schiavitù sono tuttora in auge. Il Mediterraneo è stato prosciugato e trasformato in terre coltivabili, L'Italia è rimasta schierata coi nazisti però è comunque una potenza minore. Gli ebrei sono stati sterminati e i sopravvissuti vivono sotto falso nome. La popolazione africana viene utilizzata per esperimenti scientifici. I nazisti hanno in progetto di colonizzare Marte.Hitler è impazzito e rinchiuso in manicomio con la sifilide. Goebbels governa il mondo.

La panoramica storica è vista in soggettiva via via attraverso gli occhi di un gioielliere ebreo, un funzionario giapponese, una spia tedesca, un antiquario staunitense. Lo spessore di questi personaggi non è tanto psicologico quanto "tragico" nel senso che essi non sono tanto individui quanto "cavie" bidimensionali delle differenti reazioni umane a specifici dilemmi morali ed esistenziali. La personalità del singolo individuo è delineata per sommi capi, come, per l' appunto succede nelle tragedie classiche.
I personaggi vengono descritti nel loro relazionarsi con situazioni eticamente critiche, sono come una sorta di avatar che ti permette di immedesimarti nella finzione entrando tu stesso nel loro "cervello" e percependo il moro momento di crisi come tuo.

All' interno del libro ci sono due libri. Una sorta di mise en abime. I testi chiave nella realtà dei personaggi  sono due.
Il primo è il mio beneamato "I ching" l'oracolo cinese dei mutamenti, testo che nella realtà immaginata dallo scrittore è diventato una sorta di Bibbia per tutto il mondo civilizzato. Nessuno nel libro muove un passo senza consultare l'oracolo, ed è evidente che Dick conosce molto bene l' opera e il suo significato in ambito taoista, cosa che me lo rende molto gradito.

L'altro testo è un romanzo fittizio intitolato " La cavalletta ci opprime". E' una cronotipia, un romanzo in cui l'autore immagina un mondo in cui gli Stati uniti e gli alleati hanno sconfitto i nazisti. Un mondo utopico e migliore. (migliore anche del nostro, però). Un libro che mette in crisi le esistenze dei personaggi che lo leggono, che apre loro spiragli e inqueitanti interrogativi.

Questo gioco di specchi è il modo in cui l'autore ci getta delle domande. Sul nostro mondo. Sul male, sulla nostra capacità di sfuggirgli. Sul libero arbitrio. Sull'unicità, sul valore storico del patromonio culturale.
Domande a cui lui in effetti non dà risposte.
Ti restano lì, quando chiudi il libro, e sei sollevato di vivere nel mondo in cui vivi, che però non è quello inizialmente descritto come migliore nella "Cavalletta", senza essere quello apocalittico della "Svastica".
Un mondo in mezzo. Con ampi margini di miglioramento. In cui però almeno apparentemente non è il Male assoluto a detenere il potere.

La lingua della donna che viaggiava nel tempo.

scritto da neronda il martedì, 29 maggio 2007,17:08
Lo so che lo conoscete, quasi tutti. Alcuni di voi lo hanno recensito sul loro blog. Sto parlando de
"La moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo ",di Audrey Niffenegger, il libro che sto leggendo adesso, e ho quasi finito.Comunque ve ne parlerò un pochino, per chi non lo conoscesse.
Il libro è un romanzo che ingannevolmente potrebbe sembrare di fantascienza. In realtà si serve di un espediente tipico delle fantascienza, in questo caso ipotizzare l'esistenza di una forma di epilessia che porti le persone a spostarsi involontariamente nel tempo. Però poi in realtà non è un romanzo di fantascienza. E' una storia d'amore, una biografia e un libro che apre molti interrogativi.
Il protagonista, Henry, è affetto da questa malattia che fa sì che lui viaggi nel tempo, a volte per mezz' ora, altre volte per giorni, senza potersi fermare o controllare. Si materializza nudo nella sua infanzia, o in quella di sua moglie, e parla con il sé stesso bambino, o sua moglie bambina, o sua figlia non ancora nata.
Il libro racconta la storia di un uomo che viaggia nel tempo, ma anche di una donna che a sei anni conosce quello che sarà suo marito. Sì, perché ai personaggi del libro è dato di conoscere il futuro, ma non di cambiarlo, cosa che a volte li rende dolorosamente impotenti. Il giovane Henry vede la madre morire quando lui ha sei anni, e spesso viaggia nel tempo fino a quel giorno senza riuscire a cambiare nulla. il futuro è già successo prima che i personaggi lo vivano insieme, e il presente si adegua di conseguenza. Il libro è una celata riflessione sul destino e sul libero arbitrio.
Questo vale però anche per le cose belle. Trovandosi in pericolo Henry non ha mai paura, perché è certo di vivere fino a 42 anni. Lui e Clare SANNO di essere destinati l'uno all' altro, e vincono alla lotteria in modo che lei possa fare sculture e non lavorare.
Il libro è pervaso da un senso di quieta ineluttabilità, che tuttavia non dà nessuna angoscia al lettore, ma una sensazione quasi rassicurante.
La suspence e l'azione sono quasi assenti, quella che viene descritta è la vita di questa famiglia che convive con questa "malattia". E' un libro molto bello e pieno di spunti di riflessione, e lo consiglio a chi ancora non l'ha letto.

Perché questo post si intitola "La lingua della donna che viaggiava nel tempo"?!
Perché a volte mi sento così. Come se avessi viaggiato nel tempo, e ne conservassi una qualche istintuale, remota memoria.
Quando la lingua batte il cervello, è perché la lingua SA, mentre il cervello ha dimenticato.
Sa che quello che sta per succedere è già successo, o deve succedere. Non trovo altra spiegazione a questo ripetuto e sessuoso addormentarsi della mia razionalità. Spero solo che tutto questo porti a qualcosa di piacevole, o quantomeno ad essere abbastanza allenata a rialzarmi, come lo è Henry a trovare vestiti e cibo tutte le volte che compare affamato e nudo in un'altra epoca.....

" Teoria e pratica di ogni cosa" : il post.

scritto da neronda il lunedì, 21 maggio 2007,09:30
Adesso mi impegno a farlo, questo post. E' difficile scegliere da dove cominciare.
" Teoria e pratica di ogni cosa" è l'opera prima di una giovane (e belloccia) scrittrice statunitense, Marisha Pessl. ( il sito che ho linkato è quello del libro, è poco navigabile però davvero carino.... lo so non dovrei essere così frivola....).

Ovviamente si tratta di uno degli ennesimi titoli in inglese che non sono stati tradotti letteralmente e non si sa perché (è una cosa che non smetterò mai di chiedermi).
Il titolo originale è " Special topics in calamity phisics", però devo ammettere che quello che mi ha colpito nel vedere il libro sullo scaffale è stato:
a) la copertina
b) il titolo
Cioé due elementi assolutamente diversi dall'originale americano. La copertina originale non mi avrebbe tentato neanche un po', nonostante che io sia una che si racconta che i libri non si giudicano da quello

         


Se vogliamo essere frivoli fino in fondo la copertina viola si intonava col mio vestito e io sono una ragazza di un certo buon gusto, si sa.....

E non me non sono pentita, di averlo preso e di aver finito tutte le 700 pagine che comportava.
Si tratta del libro che avrei voluto scrivere io. E Blue Van der Meer, la protagonista, è più me di quanto non lo sia io stessa a volte....
Il romanzo non è ascrivibile a un genere specifico: principalmente si potrebbe dire un romanzo di formazione, ma anche un thriller, e anche un testo umoristico.
Quello che mi ha colpito è il modo in cui l'autrice è riuscita a creare una persona VIVA , una persona che mi sembrava reale più di quelli che mi circondavano.
La protagonista, Blue, è una adolescente statunitense che vive seguendo il padre docente universitario nel suo peregrinare per gli atenei. Questo tipo di vita ha impedito che lei potesse crearsi amicizie solide e di lunga data. Inoltre il padre fin da piccolissima la abitua a discutere di politica e di grandi classici della letteratura, facendo di lei una sorta di "enfant prodige", il che la porta a vedere con distacco e disinteresse i suoi coetanei e i loro stili di vita.
Gli amici di Blue sono di carta. Le storie cui fa riferimento sono romanzi o film d'epoca. I libri che ha letto sono il suo unico strumento di valutazione della realtà, le uniche pietre di paragone. Il tutto senza patetismo, o al contrario autocompiacimento. Blue si limita a narrare al sua storia utilizzando gli strumenti che conosce: riferimenti bibliografici (veri e fittizi) e supporti visivi. Il romanzo si dipana dunque come un saggio, in cui la protagonista associa ogni situazione occorsagli nel reale a saggi o romanzi che ha letto. I titoli dei capitoli sono tutti titoli di romanzi celebri, e voci di un elenco di "letture obbligatorie" stilato all'inizio del libro.
Quindi ad un personaggio assolutamente accattivante , la Pessl associa uno stile assolutamente innovativo, assimilabile forse solo alle opere narrative di Alain De Botton.
Inoltre un altro motivo per cui ho adorato questo libro è il suo periodare pieno di metafore e similitudini pirotecniche, senza tuttavia essere pesante o barocco.

Inoltre, in un' epoca  in cui il "destrutturalismo" letterario ha portato all'abbandono delle norme di costruzione narrativa in favore di forme di scrittura sperimentali e a volte poco professionali, sempre più simili a accozzaglie di flussi di coscienza assemblate con l'alibi della creatività, Pessl scrive un romanzo con una struttura. E va avanti per 700 pagine senza perdere di vista l'unitgà strutturale, quello che una determinata parte significa in rapporto al tutto e al disegno dell'opera che si è prefissa. Struttura non solida, non scolastica, non limitante, ma  utile a ricordarci quello che spesso dimentichiamo.
Scrivere è UN MESTIERE. Una disciplina. Con le sue leggi e la sua etica professionale e creativa.

Per tutti questi motivi, dallo stile alla forma all'affezione personale che provo per la protagonista a cui sento di assomigliare un po', e per l'impegno di una scrittrice che dedica anni della sua vita a concepire un libro di 700 pagine che non sia un thrillerone sbudelloso, per tutti questi motivi, dicevo, "Teoria e pratica di ogni cosa" è senz' altro uno dei libri di cui più ho invidiato l'autrice..... senza per questo smettere di promuoverlo.....
categoria: letture, libri salvifici
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Neronda e l'università (con parole non sue).

scritto da neronda il lunedì, 23 aprile 2007,10:05
" Nulla è più avvincente di un rigoroso corso scolastico (....) Esiste qualcosa di più splendido  di un professore? (....) Voglio dire che un professore è l'unica persona della terra che ha il potere di mettere una cornice incredibile attorno alla vita - non tutta, Dio, no: almeno a un frammento, a una piccola scheggia. Organizza l'inorganizzabile. Lo suddivide abilmente in moderno e postmoderno, rinascimento, barocco, primitivismo, imperialismo, e così via. Lo ricuce con tesine, vacanze, esami intermedi. Tutto quell'ordine è semplicemente divino. La simmetria di un corso semestrale. (....) Non c'è da stupirsi se tanti adulti desiderano tornare all'università, a tutte quelle scadenze: aaah, quella struttura! Un'impalcatura a cui aggrapparsi! Certo, è arbitraria, m senza siamo perduti, del tutto incapaci di separare il romantico dal vittoriano nella nostra vita triste e sconcertante...."

Marisha Pessl "Teoria e pratica di ogni cosa".

Avete visto "Pleasantville"?!

E' un film che mi è piaciuto molto. C'è una scena, a un certo punto, dove il protagonista si accorge che i libri presenti a Pleasantville sono tutti bianchi. Sono un "corredo scenico", ma dentro le pagine sono vuote.
In un altro punto del film, tuttavia, sarà proprio lui a riempire quei libri. Ricordando le storie  che dovrebbero abitarli, mentre sfoglia il libro vuoto trasferisce i suoi ricordi in esso, coprendolo di parole.

Mi capita spesso in questo periodo, di leggere libri e trovarci dentro frasi che sembrano provenire in presa diretta dal mio cervello. Con le stesse parole che avrei usato io. E ho addirittura una sensazione di dejà vu. Lo trovo affascinante e anche un po' inquietante. Da una parte mi rassicura la condivisibilità delle sensazioni. In fondo penso che la letteratura sia una specie di primordiale forum sulla gestione della vita e delle emozioni.
Dall'altra mi chiedo. forse c'è solo un numero finito di idee?! Di sensazioni?! Di pensieri?! E quindi sotto l'apparente incomunicabiltà dell' esperienza individuale c'è solo una limitata gamma esperienziale?! E se prima non era possibile accorgersene perchè il mondo era troppo vasto, ora il globalesimo fa si che invece ce ne rendiamo conto?!

A voi è mai successo di vedervi riflessi in un libro?!

Help!!

scritto da neronda il martedì, 10 aprile 2007,20:23

Oggi ho scoperto una cosa drammaticissima che mi ha gettato nel panico e mi spinge a lanciare un appello: "Sotto il segno della pecora", uno dei più geniali romanzi di Haruku Murakami, edito da Longanesi nel 1993 e prequel del  più celebre "Dance dance dance", è FUORI CATALOGO. Non lo pubblicano più. L' acquisto che ho rimandato per anni non è più possibile. Che senso ha che continuino a pubblicare il seguito senza la prima "puntata"?! Sono molto triste e cerco disperatamente qualcuno che ce l'abbia o sappia indicarmi un sito da cui scaricare l'e-book, io non sono riuscita a trovarlo.

So che è una cosa da pazzi, ma devo avere quel libro. Il fatto che mi sia precluso mi fa impazzire per davvero. Se qualcuno di voi ce l'ha proporrei l'avvio di un amichevole bookcrossing bidirezionale.... so che devo essere impazzita....